Untitled a guest Jun 23rd, 2014 393 Never a guest393Never

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rawdownloadcloneembedreportprint text 2.92 KB Gentile G**** M*****, siamo qui a spiegarle volentieri il senso del cosiddetto “equo compenso” o “copia privata” (questo il nome tecnico della “tassa” di cui lei parla, che non è una tassa ma una remunerazione dovuta agli autori per il lavoro svolto nella creazione dell’opera). La “ratio” della copia privata non si basa su un criterio presuntivo di colpevolezza dell’utente, nulla di tutto questo. Si basa sulla rilevazione di un dato oggettivo. Fino a qualche anno fa esisteva un fiorente mercato discografico, i dischi si vendevano a milioni e altrettanto si vendevano gli apparecchi di riproduzione. I pirati esistevano già allora ma le copie abusive erano piene di rumori di fondo e gli appassionati di musica preferivano comprare dischi originali. Poi la tecnologia si è evoluta, gli strumenti di registrazione sono diventati perfetti e le copie sono diventate identiche all’originale. Risultato prevedibile: gli utenti hanno cominciato a fare copie a tutto spiano evitando di comprare i dischi originali, con la conseguenza che la discografia è crollata e le possibilità per i giovani artisti si sono ridotte al lumicino, con grave danno per la creazione artistica contemporanea. Con il crescere delle memorie di massa e con l’avvento della rete, il fenomeno si è esteso al cinema e ai video. Che cosa dovevano fare gli autori, gli editori e i produttori di cultura: “lasciarsi suicidare”? No, hanno reagito chiedendo ai governi di essere in qualche misura “compensati” per le conseguenze indotte dalle nuove tecnologie. Anche perché canzoni e film continuavano ad essere utilizzati, venivano anzi utilizzati più di prima, ma senza che questo comportasse alcun vantaggio per gli autori e gli editori. I governi, dunque, hanno accolto questo “grido di dolore” ed hanno cercato, in minima parte, di compensare l’industria culturale del danno subito a seguito della diffusione delle nuove tecnologie. Per evitare che morisse un settore importante dell’industria nazionale. Questa è l’origine dell’equo compenso sui vari supporti tecnologici (cd, dvd, chiavette, memorie di massa, ecc.) che si prestano alla registrazione e riproduzione di opere. Una forma di compensazione, dunque, e non una presunzione di colpevolezza dell’utente. Il quale utente ne trae comunque un vantaggio: la possibilità di poter utilizzare legalmente quei supporti per fare delle copie, per uso privato, di opere creative tutelate (ecco il perché della dizione “copia privata”). Il legislatore, com’è ovvio, regolamenta il fenomeno sociale nel suo complesso, sulla base del fatto che milioni di utenti utilizzano i supporti digitali per registrarvi opere tutelate dal diritto d’autore, e non può considerare il suo singolo caso personale, che invece utilizza i DVD per memorizzarvi foto private. La conferma della bontà di questa legislazione sta nel fatto che essa non è adottata solo in Italia ma dai principali paesi europei.

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Gentile G**** M*****, siamo qui a spiegarle volentieri il senso del cosiddetto “equo compenso” o “copia privata” (questo il nome tecnico della “tassa” di cui lei parla, che non è una tassa ma una remunerazione dovuta agli autori per il lavoro svolto nella creazione dell’opera). La “ratio” della copia privata non si basa su un criterio presuntivo di colpevolezza dell’utente, nulla di tutto questo. Si basa sulla rilevazione di un dato oggettivo. Fino a qualche anno fa esisteva un fiorente mercato discografico, i dischi si vendevano a milioni e altrettanto si vendevano gli apparecchi di riproduzione. I pirati esistevano già allora ma le copie abusive erano piene di rumori di fondo e gli appassionati di musica preferivano comprare dischi originali. Poi la tecnologia si è evoluta, gli strumenti di registrazione sono diventati perfetti e le copie sono diventate identiche all’originale. Risultato prevedibile: gli utenti hanno cominciato a fare copie a tutto spiano evitando di comprare i dischi originali, con la conseguenza che la discografia è crollata e le possibilità per i giovani artisti si sono ridotte al lumicino, con grave danno per la creazione artistica contemporanea. Con il crescere delle memorie di massa e con l’avvento della rete, il fenomeno si è esteso al cinema e ai video. Che cosa dovevano fare gli autori, gli editori e i produttori di cultura: “lasciarsi suicidare”? No, hanno reagito chiedendo ai governi di essere in qualche misura “compensati” per le conseguenze indotte dalle nuove tecnologie. Anche perché canzoni e film continuavano ad essere utilizzati, venivano anzi utilizzati più di prima, ma senza che questo comportasse alcun vantaggio per gli autori e gli editori. I governi, dunque, hanno accolto questo “grido di dolore” ed hanno cercato, in minima parte, di compensare l’industria culturale del danno subito a seguito della diffusione delle nuove tecnologie. Per evitare che morisse un settore importante dell’industria nazionale. Questa è l’origine dell’equo compenso sui vari supporti tecnologici (cd, dvd, chiavette, memorie di massa, ecc.) che si prestano alla registrazione e riproduzione di opere. Una forma di compensazione, dunque, e non una presunzione di colpevolezza dell’utente. Il quale utente ne trae comunque un vantaggio: la possibilità di poter utilizzare legalmente quei supporti per fare delle copie, per uso privato, di opere creative tutelate (ecco il perché della dizione “copia privata”). Il legislatore, com’è ovvio, regolamenta il fenomeno sociale nel suo complesso, sulla base del fatto che milioni di utenti utilizzano i supporti digitali per registrarvi opere tutelate dal diritto d’autore, e non può considerare il suo singolo caso personale, che invece utilizza i DVD per memorizzarvi foto private. La conferma della bontà di questa legislazione sta nel fatto che essa non è adottata solo in Italia ma dai principali paesi europei.